‘Ndrangheta e Jihad. La Dda di Reggio Calabria moltiplica i suoi sforzi investigativi per tagliare la “mala pianta” e azzerare il rischio terroristico

Il procuratore della Repubblica di Salerno, Franco Roberti, alla presentazione a Napoli del libro sulle vittime innocenti di camorra 'Come nuvole nere' scritto dal giornalista Raffaele Sardo, 8 aprile 2013. ANSA / CIRO FUSCO

La Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria non sottovaluta la minaccia jihadista. Sono dodici le attività investigative avviate, dallo scorso mese di aprile, nel distretto reggino dal pool di magistrati coordinato dal procuratore capo Federico Cafiero de Raho. Un’attenzione particolare è stata prestata al porto di Gioia Tauro, scalo al centro degli interessi della ‘ndrangheta per i lucrosi traffici legati al narcotraffico, che potrebbe essere una porta di accesso privilegiata per i combattenti dell’Isis.

E’ questa la nuova frontiera della lotta al crimine globalizzato che è stata messa in evidenza dalla relazione annuale della Direzione nazionale antimafia. I magistrati calabresi, in stretto contatto con il procuratore nazionale Franco Roberti, hanno stimolato le azioni di controllo delle forze di polizia sul territorio, in particolare in quello della Piana di Gioia Tauro. Proprio l’intensificazione mirata di questi controlli, effettuati sui mezzi e, più in generale, “su quanto presente nell’area perchè scaricato dalle navi-merci o in attesa di essere su di esse caricato, con destinazioni ritenute di interesse investigativo”, ha portato al sequestro di scritti inneggianti alla “jihad islamica” con l’uso della violenza.

Questo è solo uno degli aspetti particolari che è emerso dalla relazione della Dna sull’attività riferita allo scorso anno che è stata presentata nei giorni scorsi al Senato. Un’analisi che non ha potuto prescindere al mettere in evidenza il ruolo centrale che riveste il porto di Gioia Tauro nei traffici illeciti e assai remunerativi che i boss della ‘ndrangheta intrattengono con i narcotrafficanti del Sud America e dell’Est Europa. Uno scalo portuale, al centro delle rotte europee, dove negli ultimi tre anni sono state sequestrate circa 3 tonnellate di sostanze stupefacenti e che per le sue potenzialità ha portato le cosche della fascia tirrenica e quelle della fascia ionica a stringere un accordo economico e criminale inedito sino a qualche anno addietro.

I soldi del narcotraffico, che vede le cosche reggine essere veri punti di riferimento per l’importazione della cocaina dal Sud America e dell’hashish dall’Albania, vengono reinvestiti nell’economia legale, per conquistare nuove fette di mercato, per invadere i gangli vitali della società italiana, per corrompere imprenditori e “acquistare” politici prezzolati. La ‘ndrangheta descritta dal procuratore Franco Roberti è elastica, internazionale, radicata, moderna e allo stesso tempo arcaica, colonizzatrice, imprenditrice e fortemente operativa. Le cosche calabresi sono “egemoni in tutti i contesti”. I boss, soprattutto quelli reggini, sono da tempo interlocutori credibili per i cartelli dei narcos colombiani e messicani. Negli ultimi anni, da quando i colletti bianchi hanno soppiantato le coppole, i padrini sono diventati interlocutori necessari per quella politica che scenderebbe a patti con il diavolo pur di vincere una tornata elettorale che sia essa comunale, regionale o di portata nazionale.

Così facendo la criminalità organizzata è cresciuta, è diventata sempre più potente. Ha conquistato le regioni del Nord Italia e si è allargata all’estero. Rimanendo in Italia le evidenze maggiori sono state registrate in Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna. In questa regione, in particolare, l’allarme è arrivato ai massimi livelli, qui per la Dna la ‘ndrangheta “presenta i tratti tipici dei territori infestati dalla cultura mafiosa”.

Comunque, per i magistrati della Direzione nazionale antimafia non tutto è perduto. Gli arresti si moltiplicano, nonostante le carenze persistenti di organico di magistrati e forze dell’ordine. Nel 2015, poi, è aumentato il numero delle persone che hanno scelto di cambiare vita e di aprire un rapporto di collaborazione con lo Stato. Al momento, infatti, sono sedici i collaboratori di giustizia che stanno raccontando la loro verità agli inquirenti della Dda reggina. Importante anche il numero dei testimoni di giustizia, soprattutto delle donne di ‘ndrangheta, che hanno scelto coraggiosamente di affidarsi allo Stato, rompere il vincolo mafioso e accendere una luce sugli oscuri traffici dei propri parenti.

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